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reato di adescamento | avvocato penalista | diritto penale

Finalmente si è arrivati ad uniformare questo reato, il Parlamento ha approvato la normativa che permetterà di attuare una punizione più rigida per i reati che si riferiscono alle violenze suo minorenni. Ci sono stati 503 giudizi a favore da parte della Camera per far valere la legge 2326, "ratifica e applicazione dell’Accordo del Consiglio d'Europa salvaguardare i minorenni contro le violenze a livello sessuale".

La legge è stata recentemente introdotta a livello comunitario nel mese di ottobre 2007 a Lanzarote, nelle Canarie. Siffatta Convenzione poneva dei vincoli ai membri del Consiglio europeo sulla variazione della norma di carattere penale in materia di abuso dei minorenni e violenza a livello sessuale, in modo tale da rendere concordanti le singole normative di carattere nazionale per impedire che si commettano illeciti sessuali all’interno di uno Stato tranne da questo punto di vista.

Il nostro ordinamento giuridico ha dovuto attenersi alle normativa di carattere comunitario, introducendo i reati di seduzione dei minori anche attraverso internet, a cui si da il nome di grooming, e pure gli illeciti di pedofilia e pedopornografia o che incitano, sempre sulla rete, a commettere illeciti su minorenni.

Principalmente, l’art. 414 bis del codice penale applica la punizione con l’arresto da 3 a 5 anni a colui che con qualsiasi mezzo e quindi anche attraverso internet induca in maniera pubblica a commettere reati di prostituzione di minori e di violenze sessuali sempre su minori.

AVVOCATO DIFENSORE | DIRITTO PENALE

diritto penale | riciclaggio: pena | sanzioni penali | prescrizione

La fattispecie criminosa di riciclaggio è riconosciuta e punita, dalla nostra normativa in materia penale, dagli artt. 648-bis e ter, ma soltanto in seguito (e questa è la limitazione cui ci si riferiva e che dovrà essere analizzato nuovamente) al riconoscimento della fattispecie di reato congetturata.

Il caso di specie del crimine di «riciclaggio» è stato incluso nell’ordinamento dall’art. 648-bis sin dall’anno 1978, con provvedimento legislativo n. 191, che distingueva quattro fattispecie di crimine congetturato: reato di rapina aggravata, raggiri, reato di sequestro di persona e smercio di stupefacenti.

Ma l’ineluttabilità dei reati di base provocava sia complicazioni nell’azione interpretativa, sia di corrispondenza alle prescrizioni delle organizzazioni internazionali ma, in primo luogo, causava problemi di applicazione delle leggi.

Per sciogliere questi considerevoli inceppi, la legge 9 agosto 1993,n. 328, apportava modifiche all’art. 648-bis adeguando la legge nazionale alle disposizioni della Convenzione di Strasburgo approvata l’8 novembre 1990. Essa rappresenta la rinforzata e provata presa di coscienza della preoccupante crescita dei casi di riciclaggio in ogni Stato, raffigurando il punto di raffronto della (futura) strategia di repressione di tale fattispecie criminosa. La prescrizione vigente dell’art. 648-bis è quella inclusa dettagliatamente dalla legge n.

La recente formulazione normativa si basa soprattutto sulla teoria del mascheramento della derivazione illegale dei profitti trafficati o trasferiti, o riguardo cui vigono altre operazioni tese a ostacolare l’identificazione della loro origine.

Pertanto, perché possa sporgersi una denuncia, in forza di tale prescrizione normativa, basta che il soggetto abbia agito illecitamente con volontà; detto altrimenti, basta verificare l’operatività della cosiddetta «finalità generale» ricorrendo, nella fase inquisitoria probatoria, alla verifica della volontà distinta.

L’art. 648-ter, invece, si propone di reprimere e fermare «l’uso» di capitali, prodotti o altre forniture con origine illegale, chiaramente contenuto nel codice penale. Invero, bastava accertare la conoscenza dell’agente circa la natura illegale dei guadagni accuratamente definiti perché si potesse manifestare il crimine di riciclaggio. In materia, si veda A. MANNA (a cura di), Riciclaggio e illeciti relativi all’intercessione mobiliare, Utet, Torino, Accertare, in poche parole, che l’agente abbia commesso il fatto con il proposito di «garantire a sé o a soggetti terzi un profitto o di collaborare con i responsabili del crimine al guadagno dei profitti illegali».

Con questa percezione, lo scopo del legislatore nazionale volge in particolar modo a punire proprio la fase difficile dell’iter di «lavaggio» dei contanti sporchi, ossia la nuova introduzione, nel mercato finanziario lecito, dei commerci illegali.

Pertanto, il soggetto agente nella fattispecie illecita di «utilizzo di soldi, beni o altri profitti di natura illegale» è colui che: I. al di fuori dei casi di partecipazione al crimine e reato di ricettazione o riciclaggio «usa per svolgere manovre nel settore economico o finanziario soldi, prodotti o altri guadagni provenienti da crimini »;

II. Commette il fatto consapevolmente e con la conoscenza della loro natura illegale. In merito a ciò, gli studiosi hanno giustamente ritenuto che ogni azione di riciclaggio, dalle più semplici fino a quelle più complesse, hanno tutte le seguenti quattro caratteristiche: camuffamento della reale proprietà; trasformazione della «natura» del denaro; camuffamento delle prove; analisi costante sui contanti sporchi oggetto di riciclaggio.

Poi, possiamo distinguere le tappe dell’iter di riciclaggio, ossia quello con cui il reato si configura. Queste tappe sono correttamente definite e sono tese a nascondere la natura illegale del denaro e di ottenere profitti dalle relative manovre di investimento.

Possiamo riconoscere tre tappe definite:1. immersion, ossia fase della collocazione, il cui fine primario è la trasformazione del denaro (o suoi sostituti) di origine illegale in «valuta scritturale», ossia in una serie di saldi produttivi in rapporto ai soggetti che sono prestanome finanziari.

Dopo questa fase i capitali sono trasferiti usando i mezzi tecnologici, per non destare sospetti nell’Autorità competente. laundering, che é la tappa fondamentale in cui i guadagni sono ripartiti rispetto alla natura illecita, seguitando a nascondere tale derivazione, tramite la rimozione di tutte le operazioni contabili, usando dei transfert elettronici o della nuova trasformazione in denaro contante; integration, ossia l’introduzione dei profitti nel mercato ordinario e legale, con azioni in superficie legali, come, per esempio, la compravendita di beni immobili o aziende, l’apertura di negozi o centri finanziari, l’azione di investimento in Borsa, ecc.

Proprio la vasta serie di mezzi e di metodi a disposizione dei criminali per poter realizzare azioni criminose, insieme alle varie strategie e sotterfugi in tema di travisamento della natura dei guadagni illegali, sono le cause che rendono assai difficile l’attuazione della strategia preventiva , di riconoscimento e controllo da parte degli organi deputati a reprimere i preoccupanti episodi criminosi di riciclaggio.

Il quadro di riferimento: luogo in cui si compie la fattispecie di reato. Per meglio comprendere la fattispecie di cui sopra, e, poi, trovare soluzioni per elaborare metodi per la prevenzione e repressione del fenomeno, dobbiamo per forza esaminare il contesto economico internazionale.

In particolare, tale reato nasce e cresce grazie a due elementi intrinsecamente connessi e operativi: da una parte, la sempre crescente globalizzazione delle azioni di riciclaggio; dall’altra, la persistenza di pesanti divisioni e disparità legislative che caratterizzano il sistema normativo dei vari Stati, in cui le fattispecie gravissime sono rappresentate dai «paradisi fiscali e finanziari».

Chi scrive suppone peraltro che la «demonizzazione» effettiva dei paradisi fiscali non possa essere interpretata in modo corretto, se non dopo l’attenta analisi dei sistemi normativi di quegli Stati ritenuti paradisi fiscali.

Detto altrimenti, e come si è affermato in altri periodi (si veda ns. intervista su L’Espresso del 18 marzo 2010, 133), il paradiso «fiscale», considerato come uno Stato «a fiscalità agevolata», può consentire a chi detiene mezzi finanziari di usarli in operazioni di tipo finanziario che garantiscono più alti guadagni proprio per la più lieve entità delle percentuali di tassazione sui guadagni.

Ciò che costituirebbe una fattispecie di reato, in queste condizioni, sarebbe l’azione di investimento di capitali di natura illegale (riciclaggio, per l’appunto) o la sottrazione alle casse dello Stato italiano dei tributi applicabili a questi investimenti (nascosta notificazione). E ciò potrebbe succedere se lo Stato dove opera l’investitore fosse un paradiso «normativo», ossia le cui leggi consentissero tali comportamenti in base alla indeterminatezza delle disposizioni in materia penale.